hang the dj
sarà la permanenza caraibica, sarà il predominio del tango nelle mie serate libere, sarà che a forza di declinare gli inviti dopo un po’ la gente si stufa a invitarmi, di fatto sono mesi che non vado a una festa a milano (per festa intendo luogo affollato in cui si servano alcolici a persone adulte, ché invece di quelle a base di succhi di frutta e panini con nutella posso vantarne a decine). comunque, succede che mi invitino a una festa. io sulle prime dico come sempre di no. poi dico che devo vedere. poi realizzo che la festa cade in una sera in cui nina dorme dal papà e penso che in fondo potrei anche. insomma, alle undici e mezza di sera mi scrollo dalla schiena la pigrizia e decido di andare.
la festa è una tipica festa milanese in un tipico posto da festa milanese: una via di mezzo tra uno studio fotografico, un atelier di sa dio cosa e uno “spazio polifunzionale” (cit.) gestito da trentacinque-quarantenni che “si occupano di progetti di vario tipo” (cit.). il posto si affaccia su un cortile interno dove staziona un sacco di gente perché dentro non si può fumare. anche dentro staziona un sacco di gente, perché non si può fumare ma in compenso si può bere. io sto un po’ in cortile, chiacchiero e fumo un paio di sigarette. poi sto un po’ dentro, chiacchiero e mi preparo un paio di martini rosso con ghiaccio. poi scendo, perché il posto ha anche una specie di zona sotterranea - grande, buia e piastrellata - dove si balla: mixer professionale, casse abnormi e una folla di trentacinque-quarantenni che si sbatte di qua e di là.
il dj è un mio amico, nonché quello che mi ha invitata, e come a ogni festa che si rispetti è vessato dalle richieste: rock, rock, metti qualcosa di più rock! che palle tutto ‘sto rock, non hai un po’ di funky? ma cos’è questa roba? vedi che non balla nessuno? ti do io un cd di house che ho portato da berlino.
il dj, dopo mezz’ora di bruschi cambiamenti di rotta e smanettamenti sul suo portatile da mille milioni di giga, non ne può più. fa un respiro profondo, scrocchia le dita delle mani (forse anche quelle dei piedi) e fa partire il colpo basso: l’operazione nostalgia.
l’operazione nostalgia è l’àncora di salvezza di ogni dj che debba far ballare una torma di trentacinque-quarantenni. si tratta di una scaletta di brani abilmente orchestrata in modo da accompagnare il/la trentacinque-quarantenne in un viaggio à rebours fino ai tempi delle feste del liceo. praticamente una sorta di effetto madeleinette, però sudato.
come era logico aspettarsi l’operazione nostalgia funziona fin dal primo affondo: quando parte you gotta fight for your right to party (beastie boys, 1987) il popolo danzante ruggisce di gioia. io invece capisco che è ora di andare, perché prima o poi arriveranno i clash, e non credo di farcela a vedere per l’ennesima volta un gruppo di trentacinque-quarantenni che pogano su london calling. quindi raccatto il giubbetto, ingollo l’ultimo sorso di martini, faccio ciao con la mano in varie direzioni e infilo le scale che mi riportano in superficie.
l’operazione nostalgia, però, non perdona. sono già a metà rampa quando parte il pezzo di un gruppo (il gruppo) che continua a rappresentare la mia vera e unica [madeleinette], sudata o meno che sia.
vacillo. mi volto. guardo giù. all'improvviso ho diciassette anni, sono a una festa in corso di porta ticinese e sto limonando con uno che mi piace un casino: non so neanche come si chiama ma ha un vespino argento uguale al mio e tanto basta. poi ho un po’ di anni in più e sono in viaggio per parigi dove mi aspetta un altro che mi piace un casino: questa volta non solo so come si chiama ma sono anche convinta che sia l’uomo della mia vita. poi ho ancora un po’ di anni in più – diciamo pure parecchi - e sono affacciata a una finestra: il mio gomito sfiora un altro gomito, e l’altro gomito appartiene a uno che ovviamente mi piace un casino e so come si chiama (ma questo ormai lo diamo per assodato). la novità è che se solo si decidesse a baciarmi potrei finalmente confessare a me stessa che è il primo che amo veramente. (per i curiosi: poi mi ha baciata.)
dopo quattro lunghissimi minuti finalmente il pezzo sfuma. io mi riscuoto, torno nel mio spazio-tempo, mi chiudo il giubbetto in fretta e furia e scappo su verso l’uscita, braccata da una madeleinette mannara che cerca di azzannarmi le caviglie.
all’una e un quarto sono sotto casa. salgo, entro, prendo al volo le scarpe da tango che tengo in ingresso per ogni evenienza e mi catapulto nella milonga più vicina.
quando alle tre di notte mi chiudo la porta alle spalle grazie a dio la madeleinette mannara ha mollato la presa da un po’.
stamattina mi sveglio. va tutto bene. è tutto sotto controllo.
però poi non ce la faccio a resistere. accendo il computer, apro la cartella musica_per_farsi_del_male_ripensando_al_passato_che_(bastardo)_non_muore_mai e ascolto a raffica [questa], [questa] e pure [quest’altra].
maledetto dj.