24/11/2007

strange behaviour by the sea

 

sono le otto del mattino e sono già sulla spiaggia. non c’è nessuno. nessun essere umano, intendo, perché per quanto riguarda il regno animale è tutto un via vai di pellicani che si tuffano in picchiata e uno zampettare di goffi uccelli con il becco lungo che ravanano sotto la sabbia alla ricerca di granchi. io sono appollaiata a gambe incrociate su un lettino di plastica. ho il mio  bikini verde, una sigaretta in mano, un libro iniziato di fianco e una musica che mi piace nelle orecchie. guardo il mare, mi controllo distrattamente il segno del costume, faccio un tiro di sigaretta e ri-guardo il mare. in lontananza trotterella il cane giallo che negli ultimi giorni mi ha scelta come sua benefattrice e che mi segue ovunque, anche in sala montaggio, dove si accuccia ai miei piedi a dormire (il cane giallo assomiglia in modo impressionate a [fausto], però con una quindicina di chili in meno: stesso sguardo adorante, stessa fame atavica, stessa coda in perenne movimento).

il mio turno inizia nel tardo pomeriggio. non ho niente da fare se non abbronzarmi, fumare, al limite leggere.

non penso a niente. almeno così mi sembra. eppure a qualcosa devo pensare, perché all’improvviso inizio a piangere.

(ora. lo so che negli ultimi post ci sono spesso io che piango. questo potrebbe far pensare che sono una ragazza dalla lacrima facile. oppure che ho i nervi a pezzi e ho bisogno urgente di un buon antidepressivo. e invece) questa cosa che sto piangendo mi prende alla sprovvista ma non mi preoccupa. piango, faccio un tiro di sigaretta, guardo il mare. il cane giallo intanto mi raggiunge, si sdraia di fianco al lettino di plastica, batte ritmicamente la coda sulla sabbia. e io, senza neanche stare troppo a pensarci, capisco perché piango. anzi, non è che lo capisco: lo so è basta.

è che sono qui da 74 – in lettere: settantaquattro – giorni e adesso sto per partire. ma la questione non è che mi dispiace partire. sarebbe troppo facile, così. la questione è più complessa. per dire, è così complessa che non ho neanche una parola italiana per definirla, ma se fossi francese la chiamerei déchirure.

e quindi niente, io so perché piango ma da qui a spiegarlo ce ne corre. e nella spiegazione dovrei metterci il fatto che strapparmi da un posto dove c’è il mare mi è sempre rimasto difficile. che tornare a casa vuol dire tornare alla vita vera e lasciare questa vita balorda da reality che a volte detesto ma che alla fine mi piace. e che dopo 74 giorni di reclusione, ancorché ai caraibi, siamo tutti in balìa della sindrome di stoccolma.

ma soprattutto nella spiegazione dovrei metterci nina. tutte le volte che ho esitato a telefonarle perché non ce la facevo a sentirla così lontana. tutte le volte che al telefono mi ha detto “adesso ti passo papà” perché non ce la faceva a sentirmi così lontana. tutte le volte che mi sono sentita una mamma tremenda che lascia la sua bambina per più di due mesi per andare a lavorare oltreoceano. tutte le volte che sono stata contenta di essere qui, oltreoceano, lontana da tutto. tutte le volte che ho desiderato strizzarla tra le braccia e non potevo. tutte le volte che ho avuto desideri che con lei non c’entravano niente. déchirure, insomma. che non so se è una cosa che si capisce.

comunque alla fine, così come ho iniziato, smetto di piangere.

sulla spiaggia arriva alla spicciolata altra gente: un operatore in attesa di partire per la sua ultima notte sulla playa, un altro alle prese con il suo turno di riposo, la montatrice con cui lavorerò tra qualche ora, un elettricista, una fotografa. si sparpagliano qua e là, in silenzio, facendo giusto un cenno di saluto.

io mi sistemo il bikini verde, mi sdraio sul lettino di plastica e chiudo gli occhi. penso a quando lunedì, all’aeroporto, prenderò in braccio nina e non vorrò più rimetterla giù. e mentre il cane giallo solleva nuvole di sabbia a colpi di coda, mi godo il sole e questo assurdo miscuglio di felicità e tristezza.

postato da: mem alle ore 14:20 | Permalink | commenti (7)
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20/11/2007

rain girl, ovvero cosa fare in honduras quando piove

 

in honduras capita che piova. niente di strano, del resto è la stagione delle piogge. “stagione delle piogge” ai caraibi - in base alla mia esperienza quinquennale di autunni centroamericani - vuol dire che nell’arco della medesima giornata all’improvviso piove tantissimo, poi smette, poi arriva il sole, poi ripiove, poi rismette e via così.

quest’anno invece stagione delle piogge vuol dire che un giorno inizia a piovere e non smette più per almeno 72 ore.

per qualche bizzarra coincidenza climatica il giorno in cui inizia a piovere è sempre il mio dia de descanso (giorno di riposo, ndt), che cade ogni tre giorni/notti di sala montaggio.

praticamente funziona così: la sera del mio terzo giorno di lavoro tiro tardi, ché tanto so che la mattina dopo posso dormire. quando sono arrivata al giusto punto di cottura da assunzione di ron serpeggio su per le scale, salvo da morte certa un po' di coleotteri ribaltati a pancia in su, saluto i gechi con cui condivido il corridoio e mi introduco nell’habitacion 408. lì giunta mi sdraio sull’amaca della terrazza (perché l’habitacion 408 ha la terrazza), accendo l’ultima sigaretta e guardo in su. le stelle brillano in cielo con tutta la potenza dei millemila watt caraibici e io penso che il giorno dopo sarà senz’altro una splendida giornata.

invece la mattina successiva mi sveglio come sempre all’alba. ho mal di testa. e naturalmente piove.

che poi, piove: la parola pioggia non rende l’idea di quello che il cielo hondureño è in grado di precipitare sulle teste di noi forzati del reality. non è semplice pioggia, no. è un muro d’acqua costante che scroscia dalla mattina alla sera, allaga i corridoi dell’albergo trasformandoli in patinoire mortali, muta gli operatori in muffe umane, riduce le telecamere ad ammassi di condensa e scatena una rara forma di meteoropatia epidemica che non risparmia nessuno.

poi, così come è arrivata, 72 ore dopo la pioggia se ne va. dalla terrazza dell’habitacion 408 posso assistere a un qualche tramonto in technicolor, tirar tardi perché il giorno dopo non lavoro e fumarmi l’ultima sigaretta sotto le stelle. per poi essere svegliata all’alba della mattina successiva dal battere regolare di un miliardo di gocce d’acqua incazzate.

per amor di cronaca tuttavia va detto che non è sempre così: a volte capita anche che le ore di diluvio passino da 72 a 144 (o anche a 216, se non addirittura a 288). l’importante è che le giornate piovose viaggino sempre in multipli di tre, in modo da beccare sempre uno o più miei giorni di riposo.

 

fortunatamente in honduras quando piove si possono fare un sacco di cose. nell’ultimo mese ne ho viste fare parecchie e alcune le ho fatte anch’io. per esempio si può prendere un taxi e andare al mall. oppure prendere un taxi e andare al mall. o anche, per cambiare, prendere un taxi e andare al mall.

il mall è un posto frequentato per lo più da hondureñi ricchi, adolescenti in subbuglio ormonale e – due mesi e mezzo all’anno – noi della produzione, che con gli hondureñi ricchi non abbiamo niente a che spartire ma con gli adolescenti in subbuglio ormonale già di più.

il mall è, come dice la parola stessa, un mall, cioè una specie di mega centro commerciale di stampo americano dove convivono proditoriamente mischiati supermercati, profumerie, boutique, negozi di strumenti musicali, ferramenta, colorifici, gelaterie, pizza hut, kentuky fried chicken, saloni di bellezza, sale giochi eccetera eccetera, in una sorta di summa del consumismo globalizzato.

al mall di base ci si va a spendere soldi a scopo consolatorio: c’è chi li spende in bottiglie di vino cileno, chi in prosciutto crudo d’importazione, chi in incensi che ammazzino la puzza di umidità che aleggia dappertutto, chi in barattoli di nutella, chi nei più svariati prodotti cosmetici.

io nel mio piccolo mi sono specializzata in quattro generi di articoli: lucine colorate, stecche di sigarette, biancheria da psicopatica e scarpe, ovvero il tipo di acquisti che farei anche a milano senza battere ciglio, solo per cifre enormemente più alte.

 

comunque domani è il mio ultimo dia de descanso. ultimo perché dopo 75  - in lettere: settantacinque - giorni di reality domenica me ne torno a casa.

stasera in cielo non c’era neanche mezza stella e al momento (01:42 AM) diluvia, il che vuol dire che siamo ufficialmente entrati nella fase_144_ore e che presumibilmente non vedrò più il sole fino alla partenza.

pertanto credo che domani mattina chiamerò il mio tassista di fiducia cesar (quello che mi passa i kleenex quando piango, per intenderci) e mi farò portare al mall.

la lista della spesa prevede: un regalo gigantesco per nina, il paio di scarpe in vernice turchese con tacco vertiginoso che ho adocchiato l’ultima volta e probabilmente un tubetto di crema autoabbronzante.

poi ho bisogno anche di quelle fascette di plastica autosigillanti che servono a chiudere le cose. so esattamente come sono fatte e anche a cosa mi serviranno (a tenere chiusa una valigia altrimenti a rischio di esplosione).

solo, non ho idea di come si chiamino.

se qualcuno lo sapesse è pregato di lasciarmelo scritto nell’apposito spazio commenti.

ah: meglio se in spagnolo, claro.

postato da: mem alle ore 08:41 | Permalink | commenti (11)
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01/11/2007

la ida y la vuelta de nina mariposa

 

nina arriva in honduras come un ciclone. accompagnata dalla nonna, intesa come mia mamma, che per l’occasione si trasforma in superabuela (supernonna, per chi non mastica l’ispanico) e sfodera una souplesse e una capacità di ambientamento che le sospettavo ma non avevo ancora visto in opera.


siamo un terzetto discretamente suggestivo, nina superabuela e io, una specie di melange in salsa caraibica di piccole donne, thelma & louise e steel magnolias.

come ogni anno nina seduce tutti, però con uno charme da cinquenne tutto nuovo. superabuela veleggia con eleganza tra una conoscenza e l’altra ricordandosi il nome di tutti (immagino per deformazione professionale: faceva la professoressa). io alterno i turni di montaggio daytime con vari round di lotta sul lettone, le riunioni reality con i viaggi ai cayos, i mille caffé del giorno con il sonno profondo della notte, perché mi basta sdraiarmi vicino a nina dormiente e metterle una mano sulla pancia per addormentarmi come mai nell’ultimo mese.


e poi succedono tutta una serie di altre cose, alcune speciali, altre normali ma rese speciali dal fatto che ci sono appunto nina e superabuela. tipo che le porto a chuachahuate in un giorno di colori da pop art. o che dalla spiaggia qui davanti passano e ripassano tre delfini, a dieci metri da riva, ovviamente in onore di nina. oppure che nina e io arriviamo terze a una gara culinaria presentando una sontuosa cheesecake con dentro 6 uova, tutte rotte e sbattute da lei. o ancora che mi spingo per la prima volta fino a [cuero y salado], e prendiamo un minitreno a scartamento ridotto, e raggiungiamo il delta di tre fiumi, e ci navighiamo sopra con un barchino da cui avvistiamo scimmie, tucani, pipistrelli che dormono aggrappati agli alberi, decine di farfalle grandi come piccioni e centinaia di colibrì piccoli come mosche.

 

dopodiché, due settimane più tardi, nina riparte lasciandomi affranta quel tanto che basta. la saluto all’aeroporto di la ceiba, lei pronta a salire sull'aereo giocattolo diretto a roatan da dove volerà in italia, io pronta a risalire sul taxi di cesar che mi porterà indietro alla mia gabbia dorata.

nina ostenta tranquillità e sorrisi ma si vede che fa un po’ finta. io ostento serenità e sicurezza e faccio finta un casino. tant’è che appena salgo in taxi inizio a singhiozzare.

cesar mi passa kleenex su kleenex e mi manifesta tutta la sua comprensione raccontandomi di quando è andato a lavorare negli usa e per due anni non ha visto i suoi figli. per un attimo mi tocca relativizzare il mio strazio. poi me ne frego, mi soffio il naso e mi rimetto a piangere.

arrivo al palma real svuotata e con la testa leggera.

mi lavo la faccia, passo dalla sala montaggio a farmi consolare da cristina e paola, quindi raggiungo la spiaggia, mi butto in mare e mi sento un po’ meglio.

non so ancora che quello è il mio ultimo bagno prima dei dieci giorni più piovosi della storia del reality.

ma questa è un’altra storia e la racconto la prossima volta.

postato da: mem alle ore 19:36 | Permalink | commenti (6)
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