strange behaviour by the sea
sono le otto del mattino e sono già sulla spiaggia. non c’è nessuno. nessun essere umano, intendo, perché per quanto riguarda il regno animale è tutto un via vai di pellicani che si tuffano in picchiata e uno zampettare di goffi uccelli con il becco lungo che ravanano sotto la sabbia alla ricerca di granchi. io sono appollaiata a gambe incrociate su un lettino di plastica. ho il mio bikini verde, una sigaretta in mano, un libro iniziato di fianco e una musica che mi piace nelle orecchie. guardo il mare, mi controllo distrattamente il segno del costume, faccio un tiro di sigaretta e ri-guardo il mare. in lontananza trotterella il cane giallo che negli ultimi giorni mi ha scelta come sua benefattrice e che mi segue ovunque, anche in sala montaggio, dove si accuccia ai miei piedi a dormire (il cane giallo assomiglia in modo impressionate a [fausto], però con una quindicina di chili in meno: stesso sguardo adorante, stessa fame atavica, stessa coda in perenne movimento).
il mio turno inizia nel tardo pomeriggio. non ho niente da fare se non abbronzarmi, fumare, al limite leggere.
non penso a niente. almeno così mi sembra. eppure a qualcosa devo pensare, perché all’improvviso inizio a piangere.
(ora. lo so che negli ultimi post ci sono spesso io che piango. questo potrebbe far pensare che sono una ragazza dalla lacrima facile. oppure che ho i nervi a pezzi e ho bisogno urgente di un buon antidepressivo. e invece) questa cosa che sto piangendo mi prende alla sprovvista ma non mi preoccupa. piango, faccio un tiro di sigaretta, guardo il mare. il cane giallo intanto mi raggiunge, si sdraia di fianco al lettino di plastica, batte ritmicamente la coda sulla sabbia. e io, senza neanche stare troppo a pensarci, capisco perché piango. anzi, non è che lo capisco: lo so è basta.
è che sono qui da 74 – in lettere: settantaquattro – giorni e adesso sto per partire. ma la questione non è che mi dispiace partire. sarebbe troppo facile, così. la questione è più complessa. per dire, è così complessa che non ho neanche una parola italiana per definirla, ma se fossi francese la chiamerei déchirure.
e quindi niente, io so perché piango ma da qui a spiegarlo ce ne corre. e nella spiegazione dovrei metterci il fatto che strapparmi da un posto dove c’è il mare mi è sempre rimasto difficile. che tornare a casa vuol dire tornare alla vita vera e lasciare questa vita balorda da reality che a volte detesto ma che alla fine mi piace. e che dopo 74 giorni di reclusione, ancorché ai caraibi, siamo tutti in balìa della sindrome di stoccolma.
ma soprattutto nella spiegazione dovrei metterci nina. tutte le volte che ho esitato a telefonarle perché non ce la facevo a sentirla così lontana. tutte le volte che al telefono mi ha detto “adesso ti passo papà” perché non ce la faceva a sentirmi così lontana. tutte le volte che mi sono sentita una mamma tremenda che lascia la sua bambina per più di due mesi per andare a lavorare oltreoceano. tutte le volte che sono stata contenta di essere qui, oltreoceano, lontana da tutto. tutte le volte che ho desiderato strizzarla tra le braccia e non potevo. tutte le volte che ho avuto desideri che con lei non c’entravano niente. déchirure, insomma. che non so se è una cosa che si capisce.
comunque alla fine, così come ho iniziato, smetto di piangere.
sulla spiaggia arriva alla spicciolata altra gente: un operatore in attesa di partire per la sua ultima notte sulla playa, un altro alle prese con il suo turno di riposo, la montatrice con cui lavorerò tra qualche ora, un elettricista, una fotografa. si sparpagliano qua e là, in silenzio, facendo giusto un cenno di saluto.
io mi sistemo il bikini verde, mi sdraio sul lettino di plastica e chiudo gli occhi. penso a quando lunedì, all’aeroporto, prenderò in braccio nina e non vorrò più rimetterla giù. e mentre il cane giallo solleva nuvole di sabbia a colpi di coda, mi godo il sole e questo assurdo miscuglio di felicità e tristezza.


