09/01/2009

back on the chain gang

 

che poi, alla fine, diciamocelo: ne vale la pena?

tutta questa faccenda degli inviti, delle password, delle mail “posso leggere?” e delle risposte “sì, no, forse”. insomma, mi ha già stufato. per cosa, poi, perché ho qualche potenziale lettore indesiderato? stasera, davanti a un bicchiere di passito, ho deciso che chi vuole leggere legga e così sia.


ciò detto.

nina e io siamo tornate dall’honduras alla fine di novembre, catapultate in un’inaspettata dimensione natalizia che ci ha colto alla sprovvista. per dire: nina ha chiesto a santa claus di portarle un po’ quello che voleva lui, ché lei non aveva le idee chiare.

sotto un albero allestito sul filo di lana del 25 santa le ha lasciato varie cose, tra cui un microscopio, e io ho capito che sto allevando una novella madame curie. ora posso solo sperare che applichi le sue doti per trovare il rimedio definitivo alle rughe del contorno occhi.


madame curie a un certo punto è partita per parigi. in sua assenza mi sono dedicata ai miei passatempi preferiti (tango, lotta nel fango con i cani, moscato e introspezione, rigorosamente in ordine di importanza). sono andata a fare la revisione annuale dalla mia vecchia analista e l’ho superata. ho cambiato colore di capelli. ho cucinato per gli amici.


poi nina è tornata. abbiamo liquidato dicembre in modo imprevisto e gennaio ci è stato simpatico già dalle prime tre ore. a seguire: abbiamo preso freddo a venezia, scaldato mani e piedi a milano, portato a zonzo nottetempo cuscini e cani, abbandonato momentaneamente la milonga per il cinema, il cinema per il letto, il letto per la neve.

 

se devo dare una definizione del mio stato d’animo attuale direi: adelante, con juicio.

e se è vero che mai avrei pensato di citare alessandro manzoni (non più di chuck palahniuk, intendo, tanto per dirne un altro che non sopporto, o barbara cartland), è anche vero che le cose cambiano veloci.

ma noi - un  po’ lepri, un po’ tartarughe - gli stiamo dietro.

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18/10/2008

previously on nina and me

(the following events took place from 19th july 2008 to 17th october 2008)

 

esterno notte, sitges

un po’ prima dell’alba il paseo pullula ancora di gente. io ballo con un francese. poi con un tedesco. poi con un austriaco. poi con un polacco. poi con un italiano. alla fine decido che i festival internazionali di tango sono belli ma a tratti assomigliano a una barzelletta.

 

esterno notte, milano

faccio la cretina con la persona sbagliata al momento sbagliato. o con la persona giusta al momento sbagliato. o con la persona sbagliata al momento giusto. in ogni caso c’è qualcosa che non torna. ma dato che sono una donna di mondo me ne faccio una ragione.

 

esterno giorno, marsiglia

vado in giro senza pensare a niente, se non che a ogni angolo trovo una casa dove vorrei abitare e un vestito che vorrei comprare. alle case sono costretta a rinunciare. quindi mi rifaccio con i vestiti.

 

esterno notte, marsiglia

ballo ancora il tango. a malmousque. alla place dell’opera. di nuovo a malmousque. questa volta sono tutti francesi. manco a dirlo, mi innamoro almeno dieci volte a sera.

 

esterno notte, roma

bevo troppo malbecq. parlo, ascolto. ballo il tango sul lungotevere. tiro tardi con una persona grande che mi piace. nell’attesa di rivedere una persona piccola che mi rende felice.

 

interno giorno, roma

dentro all’aeroporto fa un freddo siberiano. aspetto nina che torna dal salento e che non vedo da tanti giorni. in suo onore mi sono messa la camicina rosa vietnamita che ho comprato a marsiglia. quando la vedo spuntare, piccola bionda e abbronzata, mi accorgo che tremo. l’aria condizionata però non c’entra.

 

esterno giorno, roma

nina e io andiamo a zonzo per la garbatella. visitiamo il colosseo con una [guida d’eccezione]. pranziamo a fiori di zucca fritti e pizza rossa. ci facciamo scarrozzare da un [gentiluomo] d’altri tempi. buttiamo financo la monetina nella fontana di trevi. insomma, stiamo a metà tra vacanze romane e la dolce vita. tant’è che decidiamo che per tornare a milano c’è tempo.

 

esterno giorno - interno notte, bogliasco

nina e io facciamo gli ultimi bagni in mare. la sera mangiamo focaccia, guardiamo documentari sui serpenti e giochiamo al cacciatore di serpenti che cattura l’esemplare più grande al mondo di, a scelta: anaconda, crotalo nordamericano, boa constrictor eccetera. in genere nina ci tiene a fare la parte del serpente, ma a volte ci scambiamo i ruoli. poi arriva il momento di partire. prima di prendere il treno però facciamo tappa alla cartoleria nel caruggio per comprare il diario di scuola di biancaneve.

 

esterno giorno, milano

il parco trotter viene invaso dai bambini. sono disarmati, fatta eccezione per degli zaini enormi, ancorché vuoti. nina affronta l’incognita del suo primo giorno di scuola con stoicismo, ma dentro alla mia mano sento la sua che suda. io ho il magone di prammatica. quando torno a prenderla, tre ore dopo, la trovo raggiante e innamorata delle maestre. festeggiamo con un pranzo anomalo, ci procuriamo uno zainone fucsia con il simbolo della pace, quindi torniamo al parco per far correre [fausto]. tra me e me continuo a ripetermi: fin qui tutto bene.

 

esterno giorno, milano

trotto per viale monza trascinandomi dietro una valigia ciclopica. è vuota, anche se ancora per poco. mi riprometto di non pensarci fino all’ultimo.

 

esterno giorno, milano

come ogni pomeriggio staziono nel recinto dei cani del parco. nina scorrazza all’esterno con un branco di bimbi amici, uno su tutti: marco. fausto scorrazza all’interno con una muta di cani amici, uno su tutti: gaetano. io fumo una sigaretta e faccio scorta di serenità per i due mesi a venire.

 

interno giorno, malpensa

è presto. la valigia ciclopica è piena e ovviamente in overweight. io ho troppo sonno anche per essere triste, e tuttavia lo sono. vago per il duty free. compro quattro stecche di gauloises rosse e 100 ml di eau d’issey. parto per l’honduras.

 

esterno notte, honduras

la stradina che porta dalla sala montaggio alla villa I-5 è un percorso a ostacoli di pozzanghere e rane. naturalmente piove. io mi paludo in un poncho di tela cerata e guadagno la via di casa maledicendo i caraibi, la stagione delle piogge e il signor [charlie parsons] in persona.

 

interno giorno, honduras

sono una poco di buono. basta una mattina di sole per comprare il mio buonumore. una mattina di sole, e il biglietto aereo che ho appena prenotato.

dall’italia all’honduras.

datato 2 novembre.

a nome nina.

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16/07/2008

and now for something completely different

scappo, parto, vado [qui].

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08/07/2008

la sagra della banalità

i [pomodori] a milano hanno un altro sapore.

postato da: mem alle ore 20:22 | Permalink | commenti (4)
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20/06/2008

words are very unnecessary

 

domattina all'alba nina e io partiamo per stromboli.

voi fate i bravi and enjoy the silence.

postato da: mem alle ore 00:19 | Permalink | commenti (4)
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18/06/2008

cose che fanno la differenza

here he [comes].

 

postato da: mem alle ore 08:28 | Permalink | commenti (3)
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16/06/2008

quando si dice la sintonia

NINA (guardando la foto del mio maestro di tango del fine settimana): com'è bello. è proprio bello. è bellissimissimo. (pausa) be', speriamo che la mamma si innamori di [lui]!

(via: nina's dad)

postato da: mem alle ore 01:45 | Permalink | commenti (10)
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26/05/2008

sed ego de desidia, non de virtute, loquor

 

che alle volte mi viene anche voglia di scrivere.

poi però chessò, accendo una sigaretta (che abbandono a fumarsi da sola, tipo incenso nicotinico), mangio una fragola non lavata (e intinta direttamente nella zuccheriera), mi lavo i capelli (ma non li pettino), e mi passa subito.

magari verranno tempi migliori. tuttavia: come escludere che i tempi migliori siano questi?

 

(comunque era così, tanto per scrivere qualcosa prima che finisca maggio. al mio super-io bucare il mese secca sempre un po’.)

postato da: mem alle ore 23:29 | Permalink | commenti (6)
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20/04/2008

syncretic nina #3

 

interno sera – cucina.

entro e trovo tutte e sei le sedie ammucchiate a gambe all’aria contro una parete. nella selva di zampe cromate striscia nina, guardinga come un coguaro.

IO – nina, cosa stai facendo lì in mezzo?

NINA (sottovoce) – shhh, mamma. sono in missione.

IO (sottovoce) – che tipo di missione?

NINA – devo andare a liberare tea che è stata catturata.

IO – tea la sorella di geronimo stilton?

NINA – sì. io sono una spia mandata da bloom, la capa delle winx.

IO – ah, ho capito.

NINA (si guarda intorno con aria circospetta) – puoi andare di là che se no fai troppo rumore e mi trovano?

IO – ok, vado. mi raccomando, stai attenta ai cattivi.

NINA – cattivo. è uno solo.

IO – meglio così.

NINA (con tono da cospiratrice) – però è cattivissimo: è il cardinale!

scopro così che mia figlia conosce le gerarchie ecclesiastiche. non me ne capacito ma ne prendo atto. la sorpresa tuttavia mi porta a riassumere un volume di voce normale.

IO (perplessa) – il... cardinale?

NINA – il cardinale richelieu. se mi prende poi mi fa diventare la sua schiava.

IO – ...

NINA – ...

IO – ...

NINA (abbandonando la parte, un po’ scocciata) – mamma, adesso puoi uscire dalla cucina che mi stai rovinando il gioco?

IO – esco, esco. tu però quando hai finito la missione ricordati di rimettere a posto le sedie.

imbocco il corridoio e mi allontano. dalla cucina la vocetta di nina ci tiene a specificare:

NINA – non sono sedie, mamma, sono mangrovie! ti sembra che robin hood nella foresta di sherwood ha le sedie bianche con le gambe d’argento?

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18/04/2008

how to become nosferatu in 3 steps

 

1 - uscire dalla sala montaggio e attraversare in moto la città deserta

(alle prime luci dell’alba ci siamo giusto io, i camion che raccolgono la spazzatura e qualche solerte giornalaio più mattiniero degli altri. la cosa non mi tocca, ché giornale per me non è più da tempo sinonimo di quotidiano: lo leggo quando capita e in orari eccentrici. del resto faccio tutto in orari eccentrici. colazione alle tre del pomeriggio. lezioni di tango la mattina presto. siesta frazionata in momenti a caso della giornata. la mia vita viaggia su un proprio fuso orario. non assimilabile a quello di alcun posto in culo ai lupi del mondo, perché varia tre volte alla settimana in base alla pazza cadenza di lavoro e riposi)

 

2 - di tanto in tanto accettare un invito a cena da un uomo

(ultimamente ricevo sms in cui nella migliore delle ipotesi mi viene chiesto se sono morta, nella peggiore vengo tacciata di stronzaggine. inutile dire che quando arrivano mi svegliano regolarmente da una delle succitate sieste mettendomi di cattivo umore già prima della lettura. si deduca pure la mia propensione del periodo a intrecciare relazioni di natura sentimental-sessuale)

 

3 - strapparsi da sotto le coperte e andare a votare

(sono di umore sepolcrale. almeno una volta al giorno mi affaccio alla finestra e fumo una sigaretta pensando a come accumulare capitali per far emigrare nina in un altro paese, quando sarà il momento. ah, dimenticavo: naturalmente fuori piove)

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17/04/2008

oppure: quando non sai più che cosa dire, fatti prestare le parole da qualcun altro

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.

(T. S. Eliot, The Waste Land, Boni and Liveright, New York, 1922)

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17/04/2008

quando non sai più che cosa dire, taci

...

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16/03/2008

one week factor

 

dopo una settimana passata a girare di pomeriggio e montare di notte, tutto quello che vedo si trasforma potenzialmente in una clip video. stasera in milonga ho prodotto almeno cinque o sei cortometraggi (tutti di infima qualità, ovviamente, pieni di effettacci e chiusure a effetto. d’altronde io faccio i reality, mica cose da festival del cinema, quindi non si può neanche pretendere). uno dei suddetti cortometraggi mi ha visto anche protagonista. partito come un prodotto del filone commedia_sentimentale_sofisticata ma non_troppo, per un po’ è stato divertente. ciò nondimeno come tutti i cortometraggi non andava da nessuna parte, quindi ho pensato bene di farlo terminare con le immortali battute:

LUI - da te o da me?

IO - io da me e tu da te.

pioggia, moto che si allontana nella notte, the end.

insomma, un classico del genere.

 

dopo una settimana passata a girare di pomeriggio e montare di notte il mio ritmo circadiano si è già bello che sballato. e quando non lavoro, tipo adesso, mi si pone il problema di come occupare il tempo fino alle sette del mattino, ora in cui generalmente lascio la sala montaggio per fiondarmi a dormire.

 

dopo una settimana passata a girare di pomeriggio e montare di notte la mia presa sulla realtà si va allentando. il primo sintomo è che mi dimentico un sacco di cose. in compenso me ne ricordo altre. per esempio l’importanza di azzeccare la battuta finale.

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10/03/2008

come i vecchietti sulle panchine del parco

anch'io, con gli anni, finisco per [ripetermi].

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09/03/2008

oui, c’est moi

 

belmont.

tosse cavernosa.

vestito a pois.

dormire.

lettone.

per dire: le chiavi di ricerca del mese. qui c’è gente che mi conosce bene, o se non mi conosce è capitata nel posto giusto.

per dire anche che questo è evidentemente meno del minimo sindacale di un post. d’altro canto oggi sono andata e tornata dalla liguria in sette ore per recapitare nina dai nonni in vista dell’apnea lavorativa della settimana prossima, mi sono alimentata esclusivamente con tuc e coca cola e sono depressa quel tanto che basta per dare un’occhiata alla moto parcheggiata sotto alla finestra di camera mia, chiudere gli scuri e rinunciare al consueto salto in milonga. quindi un post sotto il minimo sindacale è l’ultimo dei miei problemi.

per dire, infine, che ora fumo l’ultima sigaretta, tossisco dalle ime profondità dei bronchi, infilo una robetta a pois delle mie e me ne vado a dormire nel lettone. che però stanotte – sapendo che non posso aspettarmi nessuna incursione antelucana da parte di nina – mi sembra meno accogliente del solito.

postato da: mem alle ore 00:19 | Permalink | commenti (8)
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01/03/2008

hang the dj

 

sarà la permanenza caraibica, sarà il predominio del tango nelle mie serate libere, sarà che a forza di declinare gli inviti dopo un po’ la gente si stufa a invitarmi, di fatto sono mesi che non vado a una festa a milano (per festa intendo luogo affollato in cui si servano alcolici a persone adulte, ché invece di quelle a base di succhi di frutta e panini con nutella posso vantarne a decine). comunque, succede che mi invitino a una festa. io sulle prime dico come sempre di no. poi dico che devo vedere. poi realizzo che la festa cade in una sera in cui nina dorme dal papà e penso che in fondo potrei anche. insomma, alle undici e mezza di sera mi scrollo dalla schiena la pigrizia e decido di andare.

la festa è una tipica festa milanese in un tipico posto da festa milanese: una via di mezzo tra uno studio fotografico, un atelier di sa dio cosa e uno “spazio polifunzionale” (cit.) gestito da trentacinque-quarantenni che “si occupano di progetti di vario tipo” (cit.). il posto si affaccia su un cortile interno dove staziona un sacco di gente perché dentro non si può fumare. anche dentro staziona un sacco di gente, perché non si può fumare ma in compenso si può bere. io sto un po’ in cortile, chiacchiero e fumo un paio di sigarette. poi sto un po’ dentro, chiacchiero e mi preparo un paio di martini rosso con ghiaccio. poi scendo, perché il posto ha anche una specie di zona sotterranea - grande, buia e piastrellata - dove si balla: mixer professionale, casse abnormi e una folla di trentacinque-quarantenni che si sbatte di qua e di là.

il dj è un mio amico, nonché quello che mi ha invitata, e come a ogni festa che si rispetti è vessato dalle richieste: rock, rock, metti qualcosa di più rock! che palle tutto ‘sto rock, non hai un po’ di funky? ma cos’è questa roba? vedi che non balla nessuno? ti do io un cd di house che ho portato da berlino.

il dj, dopo mezz’ora di bruschi cambiamenti di rotta e smanettamenti sul suo portatile da mille milioni di giga, non ne può più. fa un respiro profondo, scrocchia le dita delle mani (forse anche quelle dei piedi) e fa partire il colpo basso: l’operazione nostalgia.

l’operazione nostalgia è l’àncora di salvezza di ogni dj che debba far ballare una torma di trentacinque-quarantenni. si tratta di una scaletta di brani abilmente orchestrata in modo da accompagnare il/la trentacinque-quarantenne in un viaggio à rebours fino ai tempi delle feste del liceo. praticamente una sorta di effetto madeleinette, però sudato.

come era logico aspettarsi l’operazione nostalgia funziona fin dal primo affondo: quando parte you gotta fight for your right to party (beastie boys, 1987) il popolo danzante ruggisce di gioia. io invece capisco che è ora di andare, perché prima o poi arriveranno i clash, e non credo di farcela a vedere per l’ennesima volta un gruppo di trentacinque-quarantenni che pogano su london calling. quindi raccatto il giubbetto, ingollo l’ultimo sorso di martini, faccio ciao con la mano in varie direzioni e infilo le scale che mi riportano in superficie.

l’operazione nostalgia, però, non perdona. sono già a metà rampa quando parte il pezzo di un gruppo (il gruppo) che continua a rappresentare la mia vera e unica [madeleinette], sudata o meno che sia.

vacillo. mi volto. guardo giù. all'improvviso ho diciassette anni, sono a una festa in corso di porta ticinese e sto limonando con uno che mi piace un casino: non so neanche come si chiama ma ha un vespino argento uguale al mio e tanto basta. poi ho un po’ di anni in più e sono in viaggio per parigi dove mi aspetta un altro che mi piace un casino: questa volta non solo so come si chiama ma sono anche convinta che sia l’uomo della mia vita. poi ho ancora un po’ di anni in più – diciamo pure parecchi - e sono affacciata a una finestra: il mio gomito sfiora un altro gomito, e l’altro gomito appartiene a uno che ovviamente mi piace un casino e so come si chiama (ma questo ormai lo diamo per assodato). la novità è che se solo si decidesse a baciarmi potrei finalmente confessare a me stessa che è il primo che amo veramente. (per i curiosi: poi mi ha baciata.)

dopo quattro lunghissimi minuti finalmente il pezzo sfuma. io mi riscuoto, torno nel mio spazio-tempo, mi chiudo il giubbetto in fretta e furia e scappo su verso l’uscita, braccata da una madeleinette mannara che cerca di azzannarmi le caviglie.

 

all’una e un quarto sono sotto casa. salgo, entro, prendo al volo le scarpe da tango che tengo in ingresso per ogni evenienza e mi catapulto nella milonga più vicina.

quando alle tre di notte mi chiudo la porta alle spalle grazie a dio la madeleinette mannara ha mollato la presa da un po’.

 

stamattina mi sveglio. va tutto bene. è tutto sotto controllo.

però poi non ce la faccio a resistere. accendo il computer, apro la cartella musica_per_farsi_del_male_ripensando_al_passato_che_(bastardo)_non_muore_mai e ascolto a raffica [questa], [questa] e pure [quest’altra].

 

maledetto dj.

postato da: mem alle ore 19:50 | Permalink | commenti (18)
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18/02/2008

february highlights (day 1 to 17)

 

febbraio ci prende a schiaffoni illudendoci che stia arrivando la primavera mentre è evidente che non è vero. al terzo sbalzo repentino di temperatura nina e io ci arrendiamo alla tosse, cavernosa la mia, secca e stizzosa la sua. lei si rassegna a tenere chiuso il cappottino da figlia del pusher, io valuto per un momento la possibilità di smettere di fumare (ho detto un momento), poi decido più realisticamente di darmi un limite.

in ogni caso un pomeriggio al parco vestite da streghe in uno dei giorni più freddi del periodo stronca quell’accenno di guarigione che ci eravamo procurate a suon di [schnecken-sirup], drosera omeopatica e qualche sana incursione nella medicina tradizionale.

tra un accesso di tosse e l’altro: nina pàzzia tra asilo, laboratori e corso di gioco-danza, io trovo il maestro di tango della vita (dal quale, incurante dello stato del mio conto in banca, vado a lezioni private), mi decido a portare la moto dal meccanico, faccio una telefonata che rimando da mesi e partecipo alla prima riunione del mio prossimo lavoro nel rutilante mondo dei reality show.

per il resto, poco altro (o comunque niente che mi senta di scrivere qua, ché come mi accade ciclicamente ho la sgradevole sensazione di non poter scrivere quel che mi passa per la testa).

comunque.

voto per i primi diciassette giorni del mese: 6+ (con una paio di picchi intorno all’8 e mezzo ma altrettante cadute al 4--).

previsioni per gli ultimi dieci: difficile dirlo. mi limito a registrare che cosa è successo un paio d’ore fa, sperando che non sia indicativo di quello che mi aspetta.

 

interno notte - nina è nel suo letto e tossisce a ripetizione. io faccio avanti e indietro elargendo gocce di drosera, bicchieri d’acqua e cucchiaini di miele.

IO – non ti preoccupare, amore, vedrai che adesso passa.

NINA (tossendo) – mi fa un po’ malino la gola.

IO – è normale, prova a respirare con il naso.

NINA – mammina (tosse), ti devo dire una cosa... (tosse)

IO – non parlare, topina.

NINA – (tosse) ma io ti devo dire una cosa... (tosse)

IO – lo vuoi un altro cucchiaino di miele?

NINA – (tosse) mammina...

IO – no, anzi, facciamo così: ti do un po’ di sciroppo.

mi inginocchio di fianco al letto e armeggio con la bottiglia di schnecken-sirup. nina si mette seduta di fronte a me.

NINA –  mammina... (tosse) io ti vorrei dire che... (tosse) a me verrebbe un po’ da...

è questione di un attimo. un battito di ciglia. nina vomita. e io resto lì, ancora con lo sciroppo in mano, ricoperta dal collo alle ginocchia dalla ex cena di mia figlia. pausa.

IO (minimizzando) – va tutto bene, topina: adesso la mamma si toglie la maglietta... (mi guardo) e la cintura... e i jeans... e forse anche gli slip, e poi sistemiamo tutto. come ti senti?

NINA – meglio.

IO – bene.

intanto sono sempre lì, inginocchiata e con lo sciroppo in mano. è che non so da che parte cominciare. nell’attesa di capirlo, mi limito a colare. nina mi toglie la bottiglia dalle mani.

NINA – mi dispiace che ti ho fatto la doccia di vomito, mamma.

IO – non ti preoccupare, amore. cose che capitano.

 

latest news: al momento nina dorme tranquilla. la lavatrice sta facendo il suo dovere. io fumo l’ultima sigaretta, sorseggio fluimucil e tengo le dita incrociate.

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31/01/2008

- it’s going to be a good show tonight?

- don’t see how.

 

il problema è che gli uomini che conosco mi annoiano.

il motivo è che non reggono il confronto né con [quello] che ho frequentato di recente né con [i due] che ultimamente vedo tutte le notti.

la soluzione non esiste.

a meno che gli uomini che conosco non si trovino dei bravi sceneggiatori.

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30/01/2008

la strategia del gambero

 

e mentre i governi cadono, le giornate si allungano e i pagamenti tardano ad arrivare nina e io ci trasferiamo per un po’ negli anni settanta.

lei ha già una specie di cappotto di velluto mauve con pelo e bottoni rossi che, associato alle all star grigie, la fa sembrare la figlia di un pusher di brooklyn. io mi compro un eskimo blu (il fatto che sia di nolita è di secondaria importanza), do una passata di hennè masria rouge intense ai capelli e cerco di ovviare alla loro ingestibilità con riga in mezzo e uno spillone di legno.

in queste vesti tutti i giorni alle nove fendiamo mano nella mano la nebbiolina di viale monza dirette all’asilo, lei sbocconcellando un panino al latte, io fumando l’ennesima gauloise rossa post-caffè.

mentre nina è all’asilo, da mamma singola disoccupata quale sono al momento, un po’ mi annoio. per ovviare al problema escogito soluzioni sempre diverse. tipo perdere una carta di credito e ritrovarla sotto gli occhi perplessi dell’appuntato di turno a denuncia di smarrimento appena avvenuta. oppure tipo passare un paio di mattinate alla motorizzazione onde far tornare in circolazione la mia moto quattro tempi da troppi mesi abbandonata in cortile.

quando proprio non riesco a procurarmi occupazioni di questa levatura vado al mercato comunale – da mesi diserto i supermercati, che peraltro ho sempre odiato - e compro frutta e verdura di tutti i colori. per cena consulto un ricettario vegetariano e cucino menu monocromatici. arancione: crema di zucca con cannella e torta di carote. verde: polpettine di spinaci e broccoli. giallo: orate con zenzero e limone. arcobaleno: ratatuille. nina, conquistata dalla faccenda, mi nomina “miglior mamma cuoca dell’universo”.

nei giorni feriali vado a prendere nina all’asilo in bicicletta (verde metallizzato, da uomo, niente seggiolino, niente casco), la carico sulla canna e ce ne andiamo al parco. lei diventa un po' [peter pan] un po' [le sue amichette] e organizza finti falò di stelle filanti, io fumo e parlo di 194 con altre mamme riunite in improvvisati gruppi di autocoscienza femminile. nei giorni festivi pattiniamo sul ghiaccio, oppure vaghiamo per ore all’interno del museo di storia naturale facendo foto ai [diorami] e mettendoci [in posa] come gli animali impagliati.

se siamo troppo pigre per uscire guardiamo barbapapà (di rado) o il [muppet show] (sempre). nina lo ha eletto suo enterteinment preferito al mondo e io gliene ho procurato decine di puntate (sì, grazie a una tecnologia che negli anni settanta non esisteva, del resto tutta questa roba è una metafora quindi mica devo essere per forza filologica). al culmine della mania ci capita anche di giocarci, al muppet show: nina è kermit e mi presenta come ospite speciale – nome d’arte lola miss -, singer e ballerina di tango, specializzata nel numero di stendere il bucato cantando canzoni vichinghe.

a volte, tra un bucato e l’altro, mi balocco con l’idea di un viaggio mistico. in quest’atmosfera ci starebbe proprio bene, un viaggio mistico. all’inizio penso a parigi. poi penso a berlino. poi penso alla thailandia. poi penso che il mio viaggio mistico di sempre è [stromboli] e in fondo perché no. poi penso che i pagamenti tardano ad arrivare e dato che sono una mamma singola responsabile lascio perdere.

la sera tardi, quando nina dorme, accendo un bastoncino d’incenso alla vaniglia e lo lascio fumare. per solidarietà fumo anch’io, e intanto leggo.

altrimenti, quando nina dorme però a casa del papà, mi infilo l’eskimo blu, raccatto le scarpe da tango e vado a ballare.

quando rientro, a notte fonda, sistemo sul comodino delle bottiglie molotov mignon da lanciare contro eventuali sogni brutti. quindi scivolo sotto le coperte dicendomi che prima di tornare nel 2008 posso prendere ancora un po’ di tempo.

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19/01/2008

previously on nina and me


(the following events took place from 31st december 2007 to 19th january 2008)


alle sette e mezza di sera dell’ultimo giorno del 2007 nina e io sbuchiamo dalla stazione termini dirette a una cena. un’ora dopo io chiacchiero e bevo vino bianco coltivandomi il mal di testa del giorno dopo, nina veleggia da una camera all’altra agghindata come la principessa degli zingari (tulle rosa + fusciacca mediorientale + saffi in testa a mo’ di velo). agnese e leila – che da principessa ha pure il nome – la seguono parimenti abbigliate: sono tutte e tre bellissime. l’anno nuovo ci balza addosso di sorpresa mentre mangiamo un enorme mont blanc. a seguire: le femmine (grandi e piccole, ma soprattutto piccole) guardano dalla finestra i fuochi artificiali, i maschi (grandi e piccoli, ma soprattutto grandi) salgono in terrazza a far scoppiare petardi. a notte fonda, tornando verso la garbatella in una macchina piena di bambini addormentati, penso che le partenze improvvisate sono le migliori.

 

il giorno dopo si va al mare. cioè, il mare non si vede però è vicino. in compenso c’è il vento e si sentono i gabbiani. a milano pare piova. io prendo il sole, preparo aperitivi e di sera tardi mangio corn flakes al cioccolato leggendo un libro destinato a piacermi molto. nina gioca come un’ossessa con agnese e una se stessa in versione [canina]. il tempo ha un passo diverso. dormiamo un sacco.

 

poi si torna a roma. con nina mangio zucchero filato in piazza navona. senza nina vado a ballare il tango in via dei serpenti. la mattina della nostra partenza per milano ci aggiriamo per una fattoria dispensando insalata a mucche e maialini e pediniamo un gregge di pecore e agnelli. in treno nina dorme. io leggo. tutte e due puzziamo di campagna.

 

la befana recapita in viale monza sigarette di cioccolato, carbone e zuccherini di tutti i colori per dare un’illusione di arcobaleno. fuori piove senza sosta. mentre nina è all’asilo ascolto [musica] bella ma sbagliata per il mio umore. talmente sbagliata che dopo tre giorni decido che è già ora di andarsene di nuovo.

 

anche in liguria piove, ma almeno ci sono il mare, il liquore di prugnolo prodotto da [superabuela] e un concerto di musica meno bella ma giusta per il mio umore. talmente giusta che alle cinque del mattino – dopo svariati tanghi e milonghe - sono in un panificio a mangiare focaccia con i [musicanti]. la location è una surreale nervi deserta. alle cinque e mezza un taxi sfreccia sull’aurelia e porta a dormire me e le mie scarpe da tango.

 

poche ore dopo, per tener fede a una promessa da mamma, sono con nina davanti a una vasca piena di foche. chiudo gli occhi, li riapro e la vasca è piena di [squali]. chiudo gli occhi, li riapro e gli squali sono diventati pinguini. un battito di ciglia e ho davanti due delfini. quando metto le mani nell’acqua gelata della piscina delle razze mi sveglio definitivamente. nina è felice e stanchissima. io anche. tornando verso bogliasco facciamo di tutto per non addormentarci sul treno e ritrovarci a la spezia.

 

rientriamo a milano dove, manco a dirlo, piove. nina va all’asilo zompettando nei suoi amati stivali di gomma. io passeggio su e giù per il corridoio braccata da cose che non ho voglia di fare e pensieri che non vorrei avere. il [libro] che mi piace finisce e mi regala un incubo che ricorderò per un po’. poi capisco che il libro non c’entra niente. la mia testa non vuole onorare un anniversario, il mio corpo sì. dopo la seconda notte insonne finalmente testa e corpo si parlano e trovano un accordo. la terza notte dormo e quando mi sveglio nina annuncia che “evviva, mamma, è tornato il sole!” ma che lei, sia chiaro, gli stivali di gomma se li mette lo stesso.

 

il sole perdura. nina e io facciamo la prima uscita al parco in bicicletta: io pedalo, lei sta in canna e urla “vai più forte, mamma!”. il giorno dopo facciamo la seconda: io pedalo, lei mi tallona con la sua minibici e urla “vai più piano, mamma!”. il giorno dopo ancora, dopo averci pensato un po’ ma non troppo, ci pre-iscriviamo alle elementari che stanno dentro al parco.

 

il sole sembra voler restare.

oggi tirava quasi aria di primavera.

nina è andata a passare il fine settimana con il papà.

io ho aperto l’armadio e ho decido che stasera, per andare in milonga, mi metterò un vestito rosa a pois.

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27/12/2007

cristologia for beginners
(syncretic nina #2)

 

NINA – mamma, ho capito una cosa: gesù in realtà è hercules.

IO – hercules?

NINA – sì, quello del [film].

IO – io non credo, sai. hercules era uno molto forte, invece gesù no. era più bravo tipo a parlare, a fare delle specie di magie...

NINA – no, no, te lo dico io: sono la stessa persona.

IO – però scusa, nel film lo chiamano hercules, mica gesù.

NINA – eh, ma è perché non lo conoscevano bene.

 

(poco dopo)

NINA – mamma, chi è madreperla?

IO – madreperla?

NINA – sì. chi è?

IO – non è una persona, è un materiale. hai presente l’interno delle conchiglie? ecco, quella è la madreperla. si usa per fare i bottoni, o dei gioielli.

NINA – no, mamma, guarda che è una persona.

IO – ah, ma allora lo sai. e chi sarebbe?

NINA – la mamma di gesù: madreperla e padre dio!

IO - ...

 

ora. io non so da dove arrivino queste informazioni a mia figlia. ma ho capito che o mi metto lì e le faccio un po’ di chiarezza oppure la faccio smettere di frequentare la sua amica g. che va all’oratorio (immagino a eurodisney, a questo punto).

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11/12/2007

milonga vieja milonga

 

arrivo in milonga alle undici, rigorosamente da sola.

conquisto un tavolino a bordo pista, elimino gli stivali da motociclista, metto il tacco d’ordinanza e mi guardo intorno.
le solite facce, ovvero nessuno che posso dire di conoscere.

 

inciso: c’è chi frequenta le milonghe e socializza con tutti. io a chi mi invita a ballare dico a malapena come mi chiamo e tendenzialmente non socializzo con nessuno con cui non abbia già socializzato in un remoto passato pre-tanghistico.

inciso dell’inciso: l’unica volta che ho socializzato ho fatto un gran casino quindi la mia linea adesso è io_ballo_e_basta.

 

il bello delle milonghe milanesi è che nessuno ti caga.

il brutto delle milonghe milanesi è che nessuno ti caga.

se manchi dal giro da circa tre mesi il bello e il brutto vanno elevati alla decima potenza.

quindi: nessuno mi caga.

quindi: vado al bancone e ordino il mio cocktail preferito del momento (che poi è come il cuba libre, però con il martini rosso al posto del ron, ché dopo tre mesi di centroamerica il ron che c’è in italia non si può bere. mica per una questione di sapore: per principio. e ovviamente per tirarsela).

 

ritorno al tavolino, bevo e studio la situazione, che vuol dire:

a) guardare le scarpe di tutte le donne in pista;

b) guardare le mises di tutte le donne in pista;

c) valutare il livello medio delle coppie che ballano;

d) comparare il livello medio delle coppie che ballano al mio;

e) stilare una classifica dei ballerini da cui mi piacerebbe essere invitata.


giungo alla conclusione che:

a) durante la mia trasferta hondureña è scattata la moda della scarpa d’argento;

b) nessuna delle presenti potrebbe permettersi di sfoggiare i leggings, che pure sfoggia;

c) il livello non è preoccupante;

d) se mi fermo al primo coca&martini posso fare la mia figura;

e) gli unici ballerini da cui vorrei essere invitata hanno superato i 60.


e così mi metto lì buona, sistemo il vestitino di seta grigioviola sulle ginocchia abbronzate (ancorché prive di leggings), assumo alcol con la cannuccia e aspetto un invito.

 

il bello delle milonghe milanesi è che sono un spaccato piuttosto rappresentativo della realtà cittadina.

il brutto delle milonghe milanesi è che sono un spaccato piuttosto rappresentativo della realtà cittadina.

quindi: quelli tra i trenta e i quaranta – indipendentemente dal loro livello come ballerini – ti lanciano occhiate assassine a distanza di sicurezza ma poi non ti invitano. mentre: quelli tra i sessanta e i settanta ti si avvicinano compìti, ti invitano con un sobrio cenno del capo, ti fanno ballare da dio e alla fine ringraziano pure.

 

inciso: ovviamente – nel tango come nella vita - ci sono le eccezioni, ma alla fine mica si può sempre relativizzare, no?

 

infatti va proprio così: ballo varie tande con vari signori di mezz’età che mi fanno sentire una ballerina più brava di quel che sono, incasso con nonchalance ringraziamenti e complimenti, finisco il mio cocktail e all’una e mezza stabilisco che la mia serata può dirsi conclusa.

 

tornando a casa penso che andare a ballare da sola mi piace parecchio.

aprendo la porta penso che da sempre ci sono un sacco di cose che mi piace fare da sola.

mentre mi sciolgo i capelli prima di andare a dormire penso che forse ultimamente sono anche un po’ troppe.

ma poi, mentre mi infilo sotto al piumino, penso che questo è uno dei casi in cui relativizzare va bene, per cui mi addormento serena.

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08/12/2007

syncretic nina

 

interno sera – cucina – nina e io mangiamo gli spaghetti. cioè, io li mangio lei li risucchia uno a uno.

NINA – mamma, oggi sono stata brava?

IO – certo che sei stata brava. a parte quando stamattina non ti volevi vestire e hai fatto tutte quelle scene...

NINA – eh, lo so. però tu lo sai che i vestiti mi danno fastidio.

IO – sì, però tu lo sai che non si può uscire in pigiama. soprattutto se si vuole andare a navigare sui navigli. hai sentito che freddo che faceva?

NINA – sì, faceva freddissimissimo. infatti avevi ragione tu.(ruffiana) tu sai sempre tutto, mamma. ti voglio tanto tanto bene, sei la mamma più brava del mondo.

IO (sciogliendomi nonostante la ruffianeria) – anch’io ti voglio tanto bene, topina.

NINA – però dopo sono stata brava, vero?

IO – certo. e poi a volte anch’io non ho voglia di vestirmi. ma perché me lo chiedi?

NINA – niente, così. (pausa) mamma?

IO – sì?

NINA – ma tu lo sai che quando muori se sei stata cattiva vai all’inferno?

io deglutisco e penso: ci siamo. prima o poi doveva succedere. è arrivato il momento di spiegarle quella faccenda lì della religione. cacchio. e ora che cosa le racconto?

IO (prendendo tempo) – all’inferno?

NINA (con aria saputa) – sìssì, all’inferno.

IO (bevendo un sorso di marzemino) - e chi te l’ha detto?

NINA – la mamma di g. (amichetta del cuore dell’asilo, ndr).

IO (pensando che vorrei strozzare la mamma di g., g. medesima e tutta la loro discendenza) – ah. e come fa a saperlo, la mamma di g.?

NINA – bho. però lei dice che è così. se sei stata cattiva vai all’inferno, se sei stata buona vai in paradiso.

IO – ho capito. be’, sai, le persone credono a tante cose diverse. c’è chi crede che quando si muore si va all’inferno o in paradiso, chi crede che sparisci e basta, chi crede che torni a far parte della natura. io per esempio non ci credo, a questa storia dell’inferno.

NINA – io invece sì.

IO – senti, ma come sarebbe questo inferno?

NINA – eh... è un posto molto brutto tutto pieno fiamme che ti bruciano. e poi... (con fare cospiratorio) ci abitano i diavoli!

IO – oh mamma mia. e chi sono?

NINA (convinta) – degli amici dei vampiri. e anche delle streghe.

IO – brutta gente, quindi.

NINA – sì. infatti è molto meglio andare in paradiso, dove invece ci sono le fatine e i minipony con le ali. solo che per andare in paradiso devi avere un biglietto.

IO – un biglietto?

NINA – sì, tipo quello della metropolitana, se no non ti fanno entrare. si chiama biglietto della bontà e lo vinci se sei stato bravo.

IO – ho capito. anche questo te l’ha detto la mamma di g.?

NINA – ma nooo! queste sono cose che so io! comunque se vai in paradiso e non hai il biglietto le fatine ti mandano giù dai diavoli con un ascensore, tipo quello dell’aereo delle polly pocket.

IO – e poi?

NINA – e poi niente, stai lì e ti bruciacchi tutto insieme ai diavoli, ai vampiri e alle streghe.

IO – non sembra molto divertente.

NINA – no, infatti.

IO – comunque secondo me l’inferno non esiste.

NINA – bho. secondo me sì. però non mi interessa, tanto io sono brava e vado in paradiso.

IO – sono d’accordo. adesso finisci la pasta.

nina ricomincia ad aspirare spaghetti, io mi verso un altro po’ di marzemino e tiro il fiato: forse posso rimandare le questioni a sfondo religioso ancora per un po’.

NINA – mamma?

IO – cosa, topina?

NINA – non mi ricordo più una cosa.

IO – che cosa?

NINA – chi era cristo?

come non detto: stavolta ci siamo davvero.

IO (ingollo il marzemino, mi faccio coraggio e parto) – allora. cristo è un signore che è vissuto un sacco di tempo fa. ma tanto tanto tanto...

NINA – ed è nato a genova.

IO (spiazzata) – a genova?

NINA – sissì, me l’ha detto la nonna.

IO (sempre più spiazzata) – la nonna?

NINA – certo! la casa di cristo è vicina all’acquario.

io annaspo. intanto provo a immaginarmi mia madre che racconta a nina una sua personale versione apocrifa del vangelo in cui la grotta di betlemme è situata sotto alla sopraelevata e al posto del bue e l’asinello ci sono un delfino e una foca.

NINA (incalzante) – ma come, mamma, non lo sai?

IO – ecco, veramente... no, non lo sapevo.

nina scuote la testa, poi agguanta una fetta di salame e mi guarda con riprovazione.

NINA – va be’, fa lo stesso. tanto adesso mi sono ricordata chi era.

IO – ah, bene. e chi era?

NINA – quello che ha scoperto l’america, no? cristo colombo! (pausa) certo mamma che tu sai tutte le cose del freddo e dei vestiti, ma della storia mica tanto, eh...

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04/12/2007

my real relationship problem from now to ever

 

le mie amiche singole si vogliono fidanzare con un uomo affidabile, presente e progettuale. come dire la versione quarantenne e consapevole del principe azzurro.

io non mi voglio fidanzare.

io voglio [hank moody].

 

(seguiranno approfondimenti e psicoanalisi di tahiti al riguardo. don’t miss it, keep in touch)

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02/12/2007

fast forward 

 

25/26 nov.

sono a una festa. ho un vestito nero a balze, delle scarpe rosse anni trenta, una collana di fiori finti al collo e bevo martini.

sono sulla terrazza all’alba e faccio foto alla [luna] piena.

sono sul [torpedone] dei peanuts diretta al porto di la ceiba.

sono a roatan, mangio un gelato al mango sul bordo di una piscina in attesa dell'ora x.

sono su un aereo. dormo. mi sveglio.

sono a varadero e fumo un sacco di sigarette. vengo abbordata da uno che sostiene di avermi già incontrata in un centro sociale. quando mi chiede di lasciargli il numero di telefono io gli dico che mi sono venduta al capitalismo. quindi compro un [cappellino] che pago in euro.

sono di nuovo su un aereo. dormo. mi sveglio. rimugino un sacco di cose, alcune giuste altre sbagliate. dormo.

sono in italia.

ho una valigia enorme al seguito. le spalle bruciate dall’aliscafo e dalla piscina. un cappellino cubano nella tasca dei pantaloni. voglia di fumare.

poi le porte scorrevoli si aprono, vedo nina, qualcosa dentro di me si calma e penso che – qualunque cosa succeda – va tutto bene. 

 

27/29 nov.

casa mia mi sembra bellissima.

appendo lucine bianche in [corridoio] e sulla libreria.

archivio vestiti estivi, tiro fuori vestiti invernali.

gioco alla [fattoria].

faccio la spesa on line.

mi addormento a tavola mentre parlo con nina e lei mi sveglia ridendo.

di notte stendo il bucato, faccio il bagno, leggo il giornale.

prendo tempo, non rispondo alle telefonate.

vado all’asilo. cucino per un’amica.

compio trentanove anni e non mi pesa più di tanto.

fuori c’è il sole, non fa neanche troppo freddo.

 

30 nov/2 dec.

torno a ballare il tango.

faccio un disastro e mi sento in colpa come non mi succedeva da tempo.

mangio sashimi con nina.

inizio a rispondere alle telefonate, però con calma.

leggo un libro nuovo, ascolto [musica] [diversa].

guardo con nina un film pieno di [cavalli], mi addormento con lei sul lettino.

bevo china martini mentre vedo la puntata pilota di una [serie] che hanno già visto tutti

scrivo su outlook: domenica – ore 16 – teatro – arianna la renna.

mi accendo l’ennesima [belmont] azul, ché ne ho contrabbandate quattro stecche in italia.

mi guardo allo specchio e, per una volta, decido di assolvermi.

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24/11/2007

strange behaviour by the sea

 

sono le otto del mattino e sono già sulla spiaggia. non c’è nessuno. nessun essere umano, intendo, perché per quanto riguarda il regno animale è tutto un via vai di pellicani che si tuffano in picchiata e uno zampettare di goffi uccelli con il becco lungo che ravanano sotto la sabbia alla ricerca di granchi. io sono appollaiata a gambe incrociate su un lettino di plastica. ho il mio  bikini verde, una sigaretta in mano, un libro iniziato di fianco e una musica che mi piace nelle orecchie. guardo il mare, mi controllo distrattamente il segno del costume, faccio un tiro di sigaretta e ri-guardo il mare. in lontananza trotterella il cane giallo che negli ultimi giorni mi ha scelta come sua benefattrice e che mi segue ovunque, anche in sala montaggio, dove si accuccia ai miei piedi a dormire (il cane giallo assomiglia in modo impressionate a [fausto], però con una quindicina di chili in meno: stesso sguardo adorante, stessa fame atavica, stessa coda in perenne movimento).

il mio turno inizia nel tardo pomeriggio. non ho niente da fare se non abbronzarmi, fumare, al limite leggere.

non penso a niente. almeno così mi sembra. eppure a qualcosa devo pensare, perché all’improvviso inizio a piangere.

(ora. lo so che negli ultimi post ci sono spesso io che piango. questo potrebbe far pensare che sono una ragazza dalla lacrima facile. oppure che ho i nervi a pezzi e ho bisogno urgente di un buon antidepressivo. e invece) questa cosa che sto piangendo mi prende alla sprovvista ma non mi preoccupa. piango, faccio un tiro di sigaretta, guardo il mare. il cane giallo intanto mi raggiunge, si sdraia di fianco al lettino di plastica, batte ritmicamente la coda sulla sabbia. e io, senza neanche stare troppo a pensarci, capisco perché piango. anzi, non è che lo capisco: lo so è basta.

è che sono qui da 74 – in lettere: settantaquattro – giorni e adesso sto per partire. ma la questione non è che mi dispiace partire. sarebbe troppo facile, così. la questione è più complessa. per dire, è così complessa che non ho neanche una parola italiana per definirla, ma se fossi francese la chiamerei déchirure.

e quindi niente, io so perché piango ma da qui a spiegarlo ce ne corre. e nella spiegazione dovrei metterci il fatto che strapparmi da un posto dove c’è il mare mi è sempre rimasto difficile. che tornare a casa vuol dire tornare alla vita vera e lasciare questa vita balorda da reality che a volte detesto ma che alla fine mi piace. e che dopo 74 giorni di reclusione, ancorché ai caraibi, siamo tutti in balìa della sindrome di stoccolma.

ma soprattutto nella spiegazione dovrei metterci nina. tutte le volte che ho esitato a telefonarle perché non ce la facevo a sentirla così lontana. tutte le volte che al telefono mi ha detto “adesso ti passo papà” perché non ce la faceva a sentirmi così lontana. tutte le volte che mi sono sentita una mamma tremenda che lascia la sua bambina per più di due mesi per andare a lavorare oltreoceano. tutte le volte che sono stata contenta di essere qui, oltreoceano, lontana da tutto. tutte le volte che ho desiderato strizzarla tra le braccia e non potevo. tutte le volte che ho avuto desideri che con lei non c’entravano niente. déchirure, insomma. che non so se è una cosa che si capisce.

comunque alla fine, così come ho iniziato, smetto di piangere.

sulla spiaggia arriva alla spicciolata altra gente: un operatore in attesa di partire per la sua ultima notte sulla playa, un altro alle prese con il suo turno di riposo, la montatrice con cui lavorerò tra qualche ora, un elettricista, una fotografa. si sparpagliano qua e là, in silenzio, facendo giusto un cenno di saluto.

io mi sistemo il bikini verde, mi sdraio sul lettino di plastica e chiudo gli occhi. penso a quando lunedì, all’aeroporto, prenderò in braccio nina e non vorrò più rimetterla giù. e mentre il cane giallo solleva nuvole di sabbia a colpi di coda, mi godo il sole e questo assurdo miscuglio di felicità e tristezza.

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20/11/2007

rain girl, ovvero cosa fare in honduras quando piove

 

in honduras capita che piova. niente di strano, del resto è la stagione delle piogge. “stagione delle piogge” ai caraibi - in base alla mia esperienza quinquennale di autunni centroamericani - vuol dire che nell’arco della medesima giornata all’improvviso piove tantissimo, poi smette, poi arriva il sole, poi ripiove, poi rismette e via così.

quest’anno invece stagione delle piogge vuol dire che un giorno inizia a piovere e non smette più per almeno 72 ore.

per qualche bizzarra coincidenza climatica il giorno in cui inizia a piovere è sempre il mio dia de descanso (giorno di riposo, ndt), che cade ogni tre giorni/notti di sala montaggio.

praticamente funziona così: la sera del mio terzo giorno di lavoro tiro tardi, ché tanto so che la mattina dopo posso dormire. quando sono arrivata al giusto punto di cottura da assunzione di ron serpeggio su per le scale, salvo da morte certa un po' di coleotteri ribaltati a pancia in su, saluto i gechi con cui condivido il corridoio e mi introduco nell’habitacion 408. lì giunta mi sdraio sull’amaca della terrazza (perché l’habitacion 408 ha la terrazza), accendo l’ultima sigaretta e guardo in su. le stelle brillano in cielo con tutta la potenza dei millemila watt caraibici e io penso che il giorno dopo sarà senz’altro una splendida giornata.

invece la mattina successiva mi sveglio come sempre all’alba. ho mal di testa. e naturalmente piove.

che poi, piove: la parola pioggia non rende l’idea di quello che il cielo hondureño è in grado di precipitare sulle teste di noi forzati del reality. non è semplice pioggia, no. è un muro d’acqua costante che scroscia dalla mattina alla sera, allaga i corridoi dell’albergo trasformandoli in patinoire mortali, muta gli operatori in muffe umane, riduce le telecamere ad ammassi di condensa e scatena una rara forma di meteoropatia epidemica che non risparmia nessuno.

poi, così come è arrivata, 72 ore dopo la pioggia se ne va. dalla terrazza dell’habitacion 408 posso assistere a un qualche tramonto in technicolor, tirar tardi perché il giorno dopo non lavoro e fumarmi l’ultima sigaretta sotto le stelle. per poi essere svegliata all’alba della mattina successiva dal battere regolare di un miliardo di gocce d’acqua incazzate.

per amor di cronaca tuttavia va detto che non è sempre così: a volte capita anche che le ore di diluvio passino da 72 a 144 (o anche a 216, se non addirittura a 288). l’importante è che le giornate piovose viaggino sempre in multipli di tre, in modo da beccare sempre uno o più miei giorni di riposo.

 

fortunatamente in honduras quando piove si possono fare un sacco di cose. nell’ultimo mese ne ho viste fare parecchie e alcune le ho fatte anch’io. per esempio si può prendere un taxi e andare al mall. oppure prendere un taxi e andare al mall. o anche, per cambiare, prendere un taxi e andare al mall.

il mall è un posto frequentato per lo più da hondureñi ricchi, adolescenti in subbuglio ormonale e – due mesi e mezzo all’anno – noi della produzione, che con gli hondureñi ricchi non abbiamo niente a che spartire ma con gli adolescenti in subbuglio ormonale già di più.

il mall è, come dice la parola stessa, un mall, cioè una specie di mega centro commerciale di stampo americano dove convivono proditoriamente mischiati supermercati, profumerie, boutique, negozi di strumenti musicali, ferramenta, colorifici, gelaterie, pizza hut, kentuky fried chicken, saloni di bellezza, sale giochi eccetera eccetera, in una sorta di summa del consumismo globalizzato.

al mall di base ci si va a spendere soldi a scopo consolatorio: c’è chi li spende in bottiglie di vino cileno, chi in prosciutto crudo d’importazione, chi in incensi che ammazzino la puzza di umidità che aleggia dappertutto, chi in barattoli di nutella, chi nei più svariati prodotti cosmetici.

io nel mio piccolo mi sono specializzata in quattro generi di articoli: lucine colorate, stecche di sigarette, biancheria da psicopatica e scarpe, ovvero il tipo di acquisti che farei anche a milano senza battere ciglio, solo per cifre enormemente più alte.

 

comunque domani è il mio ultimo dia de descanso. ultimo perché dopo 75  - in lettere: settantacinque - giorni di reality domenica me ne torno a casa.

stasera in cielo non c’era neanche mezza stella e al momento (01:42 AM) diluvia, il che vuol dire che siamo ufficialmente entrati nella fase_144_ore e che presumibilmente non vedrò più il sole fino alla partenza.

pertanto credo che domani mattina chiamerò il mio tassista di fiducia cesar (quello che mi passa i kleenex quando piango, per intenderci) e mi farò portare al mall.

la lista della spesa prevede: un regalo gigantesco per nina, il paio di scarpe in vernice turchese con tacco vertiginoso che ho adocchiato l’ultima volta e probabilmente un tubetto di crema autoabbronzante.

poi ho bisogno anche di quelle fascette di plastica autosigillanti che servono a chiudere le cose. so esattamente come sono fatte e anche a cosa mi serviranno (a tenere chiusa una valigia altrimenti a rischio di esplosione).

solo, non ho idea di come si chiamino.

se qualcuno lo sapesse è pregato di lasciarmelo scritto nell’apposito spazio commenti.

ah: meglio se in spagnolo, claro.

postato da: mem alle ore 08:41 | Permalink | commenti (11)
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01/11/2007

la ida y la vuelta de nina mariposa

 

nina arriva in honduras come un ciclone. accompagnata dalla nonna, intesa come mia mamma, che per l’occasione si trasforma in superabuela (supernonna, per chi non mastica l’ispanico) e sfodera una souplesse e una capacità di ambientamento che le sospettavo ma non avevo ancora visto in opera.


siamo un terzetto discretamente suggestivo, nina superabuela e io, una specie di melange in salsa caraibica di piccole donne, thelma & louise e steel magnolias.

come ogni anno nina seduce tutti, però con uno charme da cinquenne tutto nuovo. superabuela veleggia con eleganza tra una conoscenza e l’altra ricordandosi il nome di tutti (immagino per deformazione professionale: faceva la professoressa). io alterno i turni di montaggio daytime con vari round di lotta sul lettone, le riunioni reality con i viaggi ai cayos, i mille caffé del giorno con il sonno profondo della notte, perché mi basta sdraiarmi vicino a nina dormiente e metterle una mano sulla pancia per addormentarmi come mai nell’ultimo mese.


e poi succedono tutta una serie di altre cose, alcune speciali, altre normali ma rese speciali dal fatto che ci sono appunto nina e superabuela. tipo che le porto a chuachahuate in un giorno di colori da pop art. o che dalla spiaggia qui davanti passano e ripassano tre delfini, a dieci metri da riva, ovviamente in onore di nina. oppure che nina e io arriviamo terze a una gara culinaria presentando una sontuosa cheesecake con dentro 6 uova, tutte rotte e sbattute da lei. o ancora che mi spingo per la prima volta fino a [cuero y salado], e prendiamo un minitreno a scartamento ridotto, e raggiungiamo il delta di tre fiumi, e ci navighiamo sopra con un barchino da cui avvistiamo scimmie, tucani, pipistrelli che dormono aggrappati agli alberi, decine di farfalle grandi come piccioni e centinaia di colibrì piccoli come mosche.

 

dopodiché, due settimane più tardi, nina riparte lasciandomi affranta quel tanto che basta. la saluto all’aeroporto di la ceiba, lei pronta a salire sull'aereo giocattolo diretto a roatan da dove volerà in italia, io pronta a risalire sul taxi di cesar che mi porterà indietro alla mia gabbia dorata.

nina ostenta tranquillità e sorrisi ma si vede che fa un po’ finta. io ostento serenità e sicurezza e faccio finta un casino. tant’è che appena salgo in taxi inizio a singhiozzare.

cesar mi passa kleenex su kleenex e mi manifesta tutta la sua comprensione raccontandomi di quando è andato a lavorare negli usa e per due anni non ha visto i suoi figli. per un attimo mi tocca relativizzare il mio strazio. poi me ne frego, mi soffio il naso e mi rimetto a piangere.

arrivo al palma real svuotata e con la testa leggera.

mi lavo la faccia, passo dalla sala montaggio a farmi consolare da cristina e paola, quindi raggiungo la spiaggia, mi butto in mare e mi sento un po’ meglio.

non so ancora che quello è il mio ultimo bagno prima dei dieci giorni più piovosi della storia del reality.

ma questa è un’altra storia e la racconto la prossima volta.

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21/09/2007

sleepless in honduras

 

dieci giorni fa

la sera prima della partenza, affranta dalla partenza medesima e dalla preparazione dei bagagli (ovviamente terminati a botte di super io) opto per l’ultimo giro in milonga della stagione autunnale. dimentica di tutte le mie tristezze ballo fino alle due, vado a letto alle tre, la sveglia suona alle sei, alle otto sono su un taxi che mi deporta a malpensa. quindi il viaggio, annebbiato da un unico prepotente desiderio: fumare.

atterro a roatan in perfetto orario, mi fiondo fuori e intacco una delle sacre stecche di camel lights che ho contrabbandato dall’europa (in honduras non si trovano). accendo, mi viene la nausea, mi gira la testa, mi siedo sul marciapiede e penso che

a) fumare fa malissimo

b) fumare è bellissimo.

poi risalgo su un aereo, questa volta giocattolo, che venti minuti dopo mi deposita sulla costa hondureña per i prossimi sessanta e passa giorni della mia vita.

sono le undici di sera, ora locale. per me che sono ancora settata sul fuso di greenwich vuol dire le cinque di mattina. mi fiondo in quella che sarà la mia casa per i prossimi sessanta e passa giorni della mia vita (lo so, l’ho già detto ma mi piace ribadirlo) con l’idea di mummificarmi nelle lenzuola per almeno dieci ore.

invece no: mi scatta il bioritmo diurno. o forse sono pazza, non saprei. fatto sta che disfo la valigia, sposto mobili e mi appunto mentalmente la serie di migliorie estetiche cha voglio apportare al più presto all’habitacion 408.

infine, cado come corpo morto cade in un sonno tipo morte, però brevissimo: alle cinque del mattino, sempre ora locale, mi aggiro per i vialetti del palma real come un’anima in pena.

sono sveglissima, ho una fame che mollami e mi sento sola come un animale in via d’estinzione.

in sintesi: sono definitivamente in honduras.

 

oggi

credo di aver capito che la mia insonnia abituale - quella che ho anche a milano e con la quale intrattengo da anni un rapporto di odioamore - e il jet lag si piacciono. anzi, mi sa proprio che si sono fidanzati. stanno insieme, si fanno le coccole, si danno appuntamento negli orari più disparati. sospetto che facciano anche sesso, per fortuna in silenzio.

non essendo io una ragazza gelosa sono anche contenta per loro, tuttavia le mie giornate sono lunghissime e le mie notti altrettanto.

per ingannare il tempo leggo, ascolto amy winehouse e macy gray (solo le canzoni tristi perché mi piace straziarmi) e nottetempo vedo un sacco di film fumando belmont azul (le camel lights sono finite da un pezzo), sorseggiando flor de caña (il ron locale) e sentendomi un po’ la donna del narcotrafficante.

insomma, me la cavo anche. se non fosse che alla decima notte consecutiva in cui dormo quattro ore la mia faccia inizia a dare segni di cedimento strutturale. nell’immane overweight del mio bagaglio era incluso un numero consistente di tubi, flaconi e barattoli di creme miracolose con le quali cerco di arginare il disastro, ma non so per quanto.

quindi sto accarezzando l’idea di sperimentare la chirurgia plastica hondureña. oppure di procurarmi siringhe, collagene e botox e passare qualche ora divertente a rimodellare la mia faccia tipo pongo.

comunque il lavoro è iniziato.

e si sa che lavorare stanca.

e che da stanchi si dorme.

almeno, gli altri lo fanno.

a me toccherà continuare a provarci.

postato da: mem alle ore 02:28 | Permalink | commenti (14)
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09/09/2007

cose da fare 17 ore prima di andare in honduras per due mesi

 

17 ore prima di andare in honduras per due mesi si finisce di riempire una valigia da emigrante con tutti i vestitini, le gonnelle, le canottiere e le scarpefighe™ - comprese un paio da tango perché non si sa mai - che si riescono a stivare. sforando l’overweight di 23 chili, e chissenefrega.

(sì, poi ci sono anche i libri, certo. ma a parte che quelli li porto nel bagaglio a mano - sforando l’overweight di 5 chili, ovvio - diciamoci la verità: l’importante sono i vestiti. perché già a un certo punto, dopo l’entusiasmo iniziale, mi deprimerò a stare tutto il tempo insieme alla stessa gente. già il reality dilagherà in ogni anfratto della mia vita per i prossimi 60 giorni. già soffrirò per motivi che vi dico dopo. insomma, se pure mi devo vedere addosso le solite quattro cose mi ammazzo.)

17 ore prima di andare in honduras per due mesi si lotta con una password dimenticata. la password del portatile di [quelloche], nello specifico, mai più usato dall’honduras dell’anno [scorso].

la lotta dura per ore e si svolge con la seguente modalità:

1) si provano tutte le password mai concepite dalla propria mente, anche se la password in questione è stata concepita dalla mente di quelloche;

2) si provano tutte le password concepite dalla mente di quelloche, uomo che tra le sue mille qualità ha quella della gentilezza d’animo (tant’è che mi presta il suo portatile) ma non quella della precisione;

3) si coopta il fratello web producer, che a sua volta coopta amici suoi che non so come (e non lo voglio sapere) gli rivelano come spianare la password in questione tramite una roba che non so (e che non voglio sapere) messa su un cd;

4) si rammenta improvvisamente che il lettore cd del portatile di quelloche non funziona più da un anno esatto (per quella faccenda di umidità honduregna a cui ho già accennato);

5) si ha una crisi di nervi e si ricomincia freneticamente a inserire password di ogni genere e grado.

al brainstorming nevrotico partecipiamo in tre: io, quelloche e mio fratello. e andiamo avanti un bel po’, intorcinandoci in associazioni di idee sempre più bizantine.

finché.

finché nina, che è arrampicata sul mio lettone concentratissima a ritagliare bigliettini e coriandoli di carta e a scribacchiare cose sue e poi a unire tutti i vari pezzi con lo scotch (e qui ditemi se già non rispecchia l’iconografia del piccolo genio), candida, non dice: beh, ma se l’anno scorso quel computer lì era in honduras allora la password è (e dice la parola magica).

e appena la dice a me torna subito in mente e urlo e la abbraccio e le do una quantità di baci, a quelloche non torna in mente subito perché è stordito (lo dico con affetto) ma qualcosa gli frulla per la testa e gli fa dire che sì, forse. mio fratello la digita rapido, poi si alza in piedi e fa partire la standing ovation. nina capisce fino a un certo punto il motivo dell’entusiasmo generale, però è contentissima e mi salta addosso e ride come una matta.

(questo non tanto per dire che nina è un genio. cioè, sì, è un genio ma mica in quel senso lì del cervello, mica perché ha scovato la password. nina è un genio perché è successo un sacco di volte che in un momento di crisi cosmica bastasse una sua parola o un suo gesto a cambiare tutto. nina è la fatina delle emozioni, insomma, e ha un potere che nessuna winx al mondo avrà mai: quello di rendermi felice. e qui arriviamo al punto. preparate i fazzoletti, perché)

17 ore prima di andare in honduras per due mesi si saluta nina che si trasferisce in pianta stabile a casa di papà quelloche. le si ripete che ci si vede presto, e in un certo senso è vero, perché a ottobre verrà a trovarmi per due settimane. e lei è tranquilla, è contenta di andare da papà, è contenta di raggiungere la mamma a un certo punto. solo che tra 17 ore tra me e lei ci sarà in mezzo l’oceano e adesso a me sembra definitivamente un pezzo di mare davvero troppo grande per poterlo sopportare.

17 ore prima di andare in honduras per due mesi, quindi, si chiude la porta, si va alla finestra e si sbircia dall’alto nina con il suo casco fucsia che sale sulla moto del papà tutta allegra chiacchierando di non si sa cosa.

poi, finalmente, dopo una settimana passata a far finta che fosse tutto sotto controllo, si piange.

postato da: mem alle ore 18:02 | Permalink | commenti (10)
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